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BricoSado


di nientediserio71
02.07.2025    |    63    |    0 6.0
"La mano che prima era piena dei suoi seni ora le stringeva il collo ed entrambi respiravano più profondamente..."
Il viaggio era stato deciso su due piedi, troppo caldo in città, meglio spostarsi al fresco. G. e M. avevano trovato un piccolo appartamento in un paesino sul lago ed erano corsi felici di potere avere un po’ di sollievo dalla calura.
Man mano che l'autostrada saliva di quota l'aria si faceva più fresca e i pensieri di M. cominciavano a farsi più lussuriosi. Si legò i capelli con un paio di elastici perché sapeva che così avrebbe scoperto ancora di più le spalle e G. avrebbe apprezzato la vista. E magari l'avrebbe afferrata alla base della coda e costretta a fargli un pompino durante la guida.

Non fece in tempo a sentire l'eccitazione per quel pensiero che subito realizzò di aver lasciato a casa qualcosa di importante: “Oh no!”, “Che succede?”, “Non ho preso nessun giocattolo”.
G. rise di quello che sembrava un dramma tale da rovinare il fine settimana ma trovò molto eccitante l'espressione delusa di lei. Decise di cominciare a imbastire un gioco.
“Ma come? Nessun giocattolo? Credo che dovrai essere adeguatamente punita per questo. Preparati”.
M. adorava notare il guizzo nello sguardo di lui. Vi trovava lussuria, fantasia, eccitazione, desiderio e lei lo desiderava proprio per questo.
“C'è un centro commerciale, ti va di mangiare?”, le propose.

Entrarono e cercarono qualcosa di interessante da mangiare. Scelsero il piccolo poké. Fecero la fila ordinarono. G. prese un paio di bacchette in più.
Dopo aver mangiato le diede le chiavi della macchina e le ordinò di aspettarlo in auto.
Fece un giro per i negozi e trovò quello che cercava: un negozio di trucchi. Una giovane commessa gli si avvicinò:
“Posso essere utile?”,
“Si grazie. Guardi mi rendo conto le sembrerà una richiesta insolita, ma sto cercando un pennello per il rimmel, ne avete?”,
“Beh sa, sa dirmi quale rimmel vuole?”,
“No, no solo il pennello non il prodotto”,
“Abbiamo delle confezioni di pennelli per ciglia…”,
“Andranno benissimo. Già che ci sono prenderei anche dei pennelli da mascara”
Soddisfatto dei suoi acquisti raggiunse M. alla macchina. Lei notò perplessa il sacchetto del negozio ma non disse nulla. Lui notò la sua perplessità e trattenne un sorriso sornione.

Il gioco cominciò non appena entrarono casa.
“Spogliati e aspettami in camera”, le ordinò.
Lei cominciò a spogliarsi lasciando tutti gli indumenti cadere nel tragitto. Lui la raggiunse poco dopo dopo essersi tolto le scarpe e la camicia.
Lei era in piedi dando le spalle alla porta, lui l’abbracciò da dietro come era solito fare: un braccio a stringerla in vita e l’altro sui seni, con le mani che li accarezzavano e li stringevano. Il petto di lui premuto sulla schiena di lei dettava il ritmo del respiro di entrambi e lei pian piano si abbandonava allo stato di sottomessa ai suoi voleri.
La mano che prima era piena dei suoi seni ora le stringeva il collo ed entrambi respiravano più profondamente. L’altra mano ora percorreva le spalle di lei tra una carezza e un graffio, con la pressione mai costante delle dita.
Dalle spalle passò alla nuca. Sciolse i capelli e recuperò gli elastici, quindi continuò a scendere verso la schiena percorrendo la spina dorsale e poi riempiendosi il palmo delle natiche di lei.
Con decisione poi la obbligò a piegarsi in avanti, lei si poggiò sul letto con le mani.
Iniziò a sculacciarla con la mano aperta, decisa, rumorosa, finché sui glutei di lei non comparvero le impronte delle cinque dita su entrambe le natiche.
Poi si tolse la cintura, la pieghe e la punì anche con quella, facendo attenzione di indirizzare correttamente i colpi affinché ciascuna natica avesse una bella X disegnata sopra.
Quando fu soddisfatto la fece rialzare, ruotare verso di sé, le prese i polsi e li strinse con la cintura. Non sarebbero state delle manette impossibili da sciogliere ma sapeva che lei non avrebbe osato liberarsene. Bastava il gesto.
La strattonò buttandola sul letto e la sistemò in modo che le gambe restassero bene aperte con la figa in vista. Le passò un dito tra le labbra e la trovò bagnata. Lo sapeva ma anche il gesto di controllarla faceva parte del loro rituale.

“Adesso stai ferma così”, le ordinò mentre recuperava il pacchetto.

Per prima cosa prese del bacchette del pokè, le staccò e poi afferrò le grandi labbra e poggiò le bacchette ai lati in modo da tenerle ferme ed esposte per tutta la loro lunghezza, stringendo anche il clitoride. Quindi fissò le bacchette con gli elastici dei capelli.
Quando strinse a le scappò un grido, forse di sorpresa prima che di dolore, ma lui rispose schiaffeggiando l’interno di una sua coscia. M. riprese a respirare più forte cercando di gestire il dolore.
Poi fu la volta del pennello per il mascara. Con estrema lentezza lo passò lungo le labbra, attorno al clitoride, sulla punta e poi giù di nuovo. Cercava di torturarla seguendo i movimenti di lei che pure si tratteneva dal trasmettere troppi segnali su cosa le piacesse e cosa la torturasse. Dare troppe informazioni forse le sarebbe costato caro dopo. Lei sapeva che non poteva essere tutto lì.
Intanto però sentiva le sue labbra farsi più gonfie e sensibili, il clitoride impazzire sotto quel tocco leggero e continuo.
Quando lo sentì aprire un pacchetto capì che stava arrivando qualcosa altro. Ora le labbra e il clitoride venivano torturati da quelli che sembravano essere mille aghi.
Non riusciva più a stare ferma, combattuta fra la voglia di divincolarsi, il piacere di rimanere inchiodata a quei gesti, il piacere e il dolore con una punta di solletico qui e là.
Era persa, come in un’altra dimensione, sbattuta di qua e di la dalle onde del piacere, lente come quelle del lago.


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